Harry Potter e I Doni della Morte - Parte 2 

I fan non resteranno delusi dall'ultimo atto cinematografico della saga. Che resta fondamentalmente un evento tutto loro. Sarà bene ricordarselo in sede di valutazione critica. Nomi, situazioni a margine (come il riferimento agli "Elfi liberi" dell'incipit, un sottotesto presente nei libri ma praticamente sconosciuto al solo pubblico dei film), baci attesi (tra Ron ed Hermione, tra Harry e Ginny) e quel perenne riferimento alle "origini" rendono questo capitolo finale fortemente autoreferenziale e autocelebrativo. Una specie di viaggio al ralenti nella nostalgia, che ha sacrificato al proprio sentimento del tempo - e alle esigenze di botteghino della Warner Bros. - persino l'unitarietà della saga letteraria (fino al sesto libro perfettamente rispettata dal cinema): così il settimo libro si è sdoppiato sul grande schermo, e si vede. Tanto che la Parte 2 de I doni della morte ha il tipico andamento di un episodio seriale televisivo, colto in medias res, come il proseguimento di qualcosa iniziato altrove. Un'impressione non avvertita negli adattamenti precedenti, decisamente più cinematografici, opere chiuse e compiute. In ogni caso tutti i nodi vengono al pettine, in modo persino esageratamente concitato. Steve Kloves (sceneggiatore da sempre del franchise) e David Yates (regista degli ultimi tre episodi) sacrificano quel poco di scavo psicologico e di drammaturgia che aveva caratterizzato gli antecendeti film, per mettere in scena in 3D (inutile) e in poco più di due ore, un dai-e-dai di battaglie e di prove che vedranno l'eroe protagonista e i suoi due amici affrontare sfide ogni volta più impervie. Ne guadagna il ritmo, mai così forsennato come questa volta, e l'impianto figurativo, capace di traghettarci attraverso vari ambienti fiabeschi (le segrete col drago, il castello, la foresta), a restituirci un piacere quasi infantile della visione. Si sprecano i debiti: da La storia infinita a Il Signore degli Anelli (l'attacco a Hogwarts in particolare rimanda all'assalto alla fortezza ne Il Signore degli Anelli - Le due torri). Harry Potter nel frattempo scoprirà che Piton non era il cattivo che tutti credevamo e, soprattutto, dove si nasconde l'ultimo horcrux (ricordate? Gli horcrux sono gli oggetti dove il Signore Oscuro ha nascosto pezzi della sua anima: se si distruggono tutti si può "eliminare" anche il suo proprietario): l'ultimo pezzo di anima si trova proprio dentro il maghetto il quale, se vorrà portare a termine la sua missione, dovrà necessariamente sacrificarsi. E' in questa scelta e in quel che ne conseguirà che la saga esplicita le proprie ascendenze filosofiche, giocando sui temi della predestinazione (il peccato è fin dall'inizio presente in noi) e del messianismo (Potter diventa l'Eletto, chiamato a sacrificare se stesso per mondare il mondo dal male). Per il resto i valori della saga sono sempre gli stessi: il coraggio, la solidarietà, l'amicizia, l'amore. Declinati con qualche didascalia di troppo, a ricordarci che in fondo - pure se con una "progressione al nero" indiscutibile - Harry Potter era e rimane un blockbuster per ragazzi. Tanto vale quindi non fare troppo i preziosi.
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