Io sono Li 

Un bell'esordio quello di Andrea Segre. Anche se di esordio vero e proprio non si tratta, avendo il regista padovano partecipato appena un anno fa alle Giornate degli Autori di Venezia con il documentario Sangue verde. Io sono Li (con cui è tornato quest'anno alle Giornate) è invece il suo debutto nel cinema di finzione, etichetta dietro la quale si cela però una tensione immutata verso il reale, segno che l'esperienza nel documentario non è passata invano. Storia d'amore interrazziale e apologo sulla necessità del dialogo tra le culture, Io sono Li può essere definito una favola ben radicata nella realtà. La trama: Shun Li, un immigrata cinese che lavora in un laboratorio tessile della periferia romana per ottenere i documenti utili a farsi raggiungere da suo figlio di otto anni, viene improvvisamente trasferita a Chioggia. Qui la ragazza viene mandata a lavorare come barista nell'osteria frequentata da Bepi, un pescatore di origini slave e soprannominato "il Poeta". Il loro incontro darà vita a un'amicizia che, però, non è ben vista dalle rispettive comunità - quella cinese e quella chioggiotta - che in ogni modo cercheranno di ostacolarli. Funziona a meraviglia invece la chimica tra i due attori sulla scena - lui è il croato Rade Serbedzija, lei Zhao Tao, interprete nota anche in Occidente (ha lavorato spesso con Jia Zhang-Ke) - la cui recitazione tutta gesti, sguardi e sentimenti trattenuti convince al di là delle parole e allontana il fantasma della retorica. Segre mostra di avere già adeguato controllo sulla messa in scena che, depurata di tutti gli orpelli emozionali (ecco a cosa giova l'esperienza nel documentario), rivela una densità simbolica e una credibilità affatto inedita nel nostro cinema. Con poche cadute di tono e con una forza persuasiva capace di rendere la più fragile delle utopie - quella di un mondo senza ottuse distinzioni - una speranza legittima e una nuova, ragionevole, ipotesi di vita.
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