Miracolo a Le Havre 

Miracolo a Milano. Pardon, a Le Havre, città portuaria che fa da' sfondo (e dà il titolo) al nuovo film di Aki Kaurismaki, mai così zavattiniano. Il regista finlandese intona a modo suo le beatitudini agli ultimi della terra, un lustrascarpe e un clandestino, che la vita unisce con i vincoli del caso, e la provvidenza salva secondo i meriti del cuore. E dire che al lustrascarpe i problemi non mancano: la sopravvivenza è di routine, la moglie - gravemente ammalata - capita in aggiunta, mentre la polizia lo bracca, tutta tesa ad arrestare la fraterna ed eversiva umanità. Contrattempi che nulla possono, se la squadra è quella buona - giocano dalla parte del protagonista una panettiera, un ortolano e un tenente di polizia dall'animo nobile - e la causa la più giusta. Perchè quello di Kaurismaki è il tempo delle favole, scandito col metronomo dell'ironia e del paradosso, dei sogni che si avverano e delle regole che si ribaltano. Senza forzature drammaturgiche, ma con la schietta semplicità di chi ha imparato a guardare l'uomo dal basso: qui addirittura dai suoi piedi (insistemente inquadrati), quelli di cui generalmente non ci si interessa, loro che invece fanno camminare il mondo. Se la metafora è limpida e la morale cristallina, il discorso è frutto di una lunga decantazione, al punto che l'elaborato linguaggio del regista finlandese si eclissa dietro una messa in scena assolutamente trasparente: disadorna e demodè, quasi astratta, tenuta in piedi dai clichè e dagli stereotipi che, esasperati per stilizzazione, sprigionano effetti comici involontari. L'icasticità dei volti - letteralmente parlano quelli di André Wilms, Jean-Pierre Darroussin e Kati Outinen - l'occhio del sarto nel taglia e cuci del montaggio e nell'utilizzo degli elementi scenici, la logica rovesciata dei dialoghi, concorrono a fare di Miracolo a Le Havre un autentico gioiellino nella filmografia di Kaurismaki. E una commedia umana di sublime nobiltà. Vederla non è solo consigliato. E' giusto.
|