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Lunedì 2 Febbraio 2026
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Coloro che genericamente vengono chiamati "zingari", sono le persone che chiamano se stesse Rom o Sinti essendo figli di uno o entrambe i genitori Rom-Sinti.
 
Vedono se stessi come un insieme non omogeneo di gruppi, li unisce, però, la coscienza di un'identità che li distingue dai non-zingari, il collocarsi fra questi come "altri", l'appartenenza ad un'unica etnia, la lingua originariamente una pur nella variazione degli imprestiti.
Hanno conservato questa identità nel corso dei secoli, nella convivenza, nella repressione, nell'adattamento alla società ospitante non avendo mai avuto né cercato un proprio territorio dove abitare.

Comune a tutti è il modo di far cultura, l'appropriarsi di elementi della società che hanno frequentato più a lungo assumendoli con libertà e tramandandoli come propri. Ne deriva che l'elemento comune è insieme la fonte delle differenze esteriori. In questo modo, probabilmente, sono scivolati tra le maglie della cultura dominante quel tanto che era sufficiente per sopravvivere.

Sinti e Rom, nomadi ed ex-nomadi, vivono in Italia da secoli e sono oggi circa 100.000. Pur essendo sparsi su tutto il territorio nazionale, si distinguono nettamente dalla popolazione italiana non-zingara anche se i Rom e sedentarizzati del Sud, forse per una più pacifica convivenza, tentano di mimetizzarsi fra la gente del luogo.

Tutte queste persone si sentono etnicamente legate con le altre sparse per l'Europa e fuori, siano Rom o Sinti o Manush o Kalè o Kaolie…, anche se non propriamente già organizzate come popolo, nonostante un riconoscimento dell'ONU.
Notiamo che in Italia, come altrove in Europa, solo da alcuni decenni è iniziata una evangelizzazione costante da parte dei Cattolici.

Spesso, tuttavia,!! l'annuncio cristiano è giunto ai Sinti-Rom attraverso forme estranee alla loro cultura, con linguaggio e preti stranieri, che proponevano insieme al Vangelo e con uguale determinazione gli elementi della cultura dominante.
A lungo fra i Rom e la Chiesa c'è stato un rapporto di rifiuto o di beneficenza e nessuno incoraggiava un Rom ad essere un Rom cristiano.

Poiché "la Chiesa viene a portare Cristo, non la cultura di un'altra razza" (Giovanni Paolo II "ai Vescovi della Nigeria" 15.2.85) e poiché "il Regno dei Cieli che il Vangelo annuncia è vissuto da uomini profondamente legati ad una cultura e non può non avvalersi degli elementi della cultura umana", la Chiesa italiana invita sacerdoti, religiosi e laici presenti tra i Sinti e Rom con mandato delle loro Chiese locali, ad essere particolarmente rispettosi di questo popolo e della sua cultura.

Sulla base di tali specifiche esigenze, la Conferenza Episcopale Italiana riconosce l'opportunità che, pur in stretto collegamento con gli organismi preposti alla cura pastorale di altre realtà ecclesiali riferibili alla mobilità umana, venga attuato un progetto pastorale unitario e specifico in rapporto alla missione al popolo Rom?Sinto presente in Italia. E mentre invita i vescovi diocesani e i parroci, secondo le indicazioni del CIC (cann. 383,1; 516,2; 568) a favore in ogni modo, nello stile dell'accoglienza e del rispetto, l'evangelizzazione tra Sinti e Rom, stabilisce alcuni criteri unitari per una pastorale specifica mediante il presente regolamento.