Chiesa Cattolica » CEI » Migrantes
ChiesaCattolica.it
ACCESSO RAPIDO NAVIGATORE Criteri di Accesso Rapido
torna alla home page
Segreteria: Mariani Susanna
Via Aurelia, 796 00165 Roma - tel. 06 6617901 - fax 06 66179070
contatti | mappa del sito | stampa
Lunedì 2 Febbraio 2026
Cerca  
 Articoli Migranti-press - 2007 - Rom e Sinti: radiografia della loro presenza in Lombardia 
Rom e Sinti: radiografia della loro presenza in Lombardia   versione testuale

(Migranti-press nr. 13 – 24-30. 03.  2007)
 
 MILANO (Migranti-press) - Sono 13.000 i nomadi censiti in Lombardia. Di questi  1400 risiedono in case convenzionali mentre il resto vive in insediamenti collettivi o familiari di vario tipo, regolari e irregolari, permanenti e temporanei. Altri 1400 sono “giostrai”. Più della metà dei Rom e Sinti sono stranieri di diverse nazionalità: bulgari, macedoni, romeni, kosovari. Questi dati vanno presi con molta riserva, sia perché è difficile una chiara distinzione fra zingari e non zingari, fra nomadi e stanziali, sia perché l’indagine raggiunge la maggioranza ma non la totalità degli insediamenti.
Sono alcuni dati della ricerca “Vivere ai margini. Un’indagine sugli insediamenti Rom e Sinti presenti in Lombardia”, promossa dalla Caritas Ambrosiana con la collaborazione del Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico nell’ambito dell’Osservatorio Regionale per l’integrazione e la multietnicità (ISMU e Regione Lombardia). L’indagine, presentata nei giorni scorsi, è stata condotta tra i mesi di giugno e ottobre 2006, incrociando le osservazioni degli operatori sociali che agiscono sul campo e i dati raccolti attraverso un questionario inviato ai comuni lombardi. La ricerca ha censito in tutto il territorio lombardo 241 insediamenti, ma se ne stimano tra i 290 e i 350. Di essi, il 43% sono regolarmente autorizzati dalle amministrazioni locali, aree di sosta permanenti o temporanee gestite solitamente da volontari. Il restante 57% è costituito da insediamenti “irregolari”: baraccopoli abusive di diverse dimensioni e, soprattutto, piccoli insediamenti in terreni privati, per la maggior parte di proprietà della famiglia che vi abita. Secondo i ricercatori, questo dato documenta lo sviluppo del “campo familiare” che si è verificato in questi anni, in particolare in alcune province: Varese, Brescia e Milano. La tipologia abitativa prevalentemente diffusa tra Rom e Sinti è rappresentata ancora, in Lombardia, da roulotte e camper, presenti nel 76% degli insediamenti.
La concentrazione maggiore di insediamenti è localizzata nella provincia di Milano: soltanto nel capoluogo ce ne sono 45 (con una popolazione di 4.310 persone), ai quali bisogna aggiungerne un centinaio (2.300-3.100 persone) nel resto della provincia di Milano.
La ricerca - sostengono i promotori - ribalta alcuni luoghi comuni, diffusi a proposito delle popolazioni Rom e Sinti. Anche se gli stranieri sono in numero maggiore, la distanza tra italiani e stranieri è di pochi punti percentuali. Oltre la metà degli insediamenti ospita soltanto Rom o Sinti italiani. “Non è vero - spiegano - neppure che Rom e Sinti siano nomadi: tendono a stabilizzarsi nello stesso insediamento per parecchio tempo e se ne vanno, generalmente, quando vengono cacciati”. Secondo Antonio Tosi, docente del Politecnico di Milano, coordinatore e autore della ricerca, Rom e Sinti “rappresentano un caso estremo di mancata integrazione, ma anche, e anzitutto, un caso di integrazione mai perseguita fino in fondo. Sia a livello centrale che locale - sottolinea - Rom e Sinti non sono stati oggetto di politiche integrative, se non in modo marginale, settoriale, incerto: questo chiama in causa anche l’altro ‘polo’ della relazione, mette in discussione i comportamenti delle comunità locali, le politiche delle amministrazioni locali e quelle delle regioni e dello stato centrale”. Maurizio Ambrosini, consulente di Caritas Ambrosiana e docente all’Università Statale di Milano, coordinatore insieme al prof. Tosi dello staff di ricerca, osserva che “i Rom arrivati dai Balcani provengono da secoli di insediamento stabile, anche se in condizioni di discriminazione e marginalità, e sono stati resi mobili da guerre, pulizie etniche, sconvolgimenti economici e sociali”. La reiterazione dell’etichetta di “nomadi”, aggiunge lo studioso, “suona a sua volta come un espediente retorico per ribadire l’alterità di questa popolazione, la sua irriducibile diversità rispetto agli stili di vita e alle pratiche sociali della maggioranza stabilmente insediata”.
“La questione dell’integrazione delle popolazioni Rom e Sinti rappresenta una delle contraddizioni sociali più acute per la convivenza civile in una regione avanzata come la nostra”, afferma don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana, commentando gli esiti della ricerca.
“Quando delle persone sono prive di un’abitazione dignitosa, quando dei bambini soffrono il freddo e giocano nel fango - continua il direttore della Caritas Ambrosiana - la prima preoccupazione dovrebbe essere quella di garantire i diritti umani elementari. Mediazione sociale e rassicurazione dei residenti non possono diventare alibi per il rinvio delle soluzioni o per il rifiuto della responsabilità di prendersi carico del problema”. (R.Iaria/Sir/Migrantes)