REGGIO EMILIA (Migranti-press) – Il titolo datomi per questa riflessione presenta una anomalia. Si mettono in relazione due realtà differenti tra di loro. Da una parte la parrocchia, porzione di Chiesa, legata ad un territorio, dall’altra un popolo con una sua storia, con sue caratteristiche, con una sua cultura. Già questo pone in essere la necessità di una riflessione che non sia solo relativa al popolo Sinto ma a tutte le etnie maggiore rispetto a tutte le altre realtà ecclesiali, movimenti compresi. Essa infatti non vive di fenomeni di élite ma riconosce “provvidenziale” l’incontrarsi su un territorio.
Così è per la realtà di una parrocchia che vede nel suo territorio la presenza dei Sinti.
Per la nostra comunità parrocchiale si tratta di una presenza diversificata. Posta alla periferia Nord di Reggio Emilia, la parrocchia di Pratofontana ha all’interno del suo territorio un campo sosta comunale che nel periodo invernale raggiunge le 120 unità; inoltre sei mini aree di proprietà dei Sinti stessi, che per lo più vi si riuniscono per gruppi familiari anche molto ampi; si aggiunga un nucleo familiare adiacente alla parrocchia.
Non conta ai fini degli intendimenti di questo intervento far presente che il parroco è responsabile diocesano della pastorale per Rom e Sinti.
Provo ora a condividere quattro piste di “lavoro” pastorale che mi pare riassumano il cammino di questi anni.
a) Innanzitutto, anche pastoralmente si tratta di non parlare mai a nome del popolo Sinto, si tratta di un popolo con una storia complessa tramandata per via orale che non sempre tollera o si interessa a ciò che si dice di esso. La diffidenza, che li muove verso i “gagi” (noi), è tale da non poter essere supponente in ordine alla loro conoscenza.
Pastoralmente parlando si tratta innanzitutto di un ascolto che il più delle volte smentisce tecniche pastorali, feconde in altri ambiti, ma sterili in questo. Pastoralmente è l’ascolto che precede l’annuncio. L’ascoltarli è premessa per annunciare. Naturalmente questo richiede un grosso sforzo, frutto di una profonda convinzione in merito alla carità. Mi verrebbe da dire: “Non ho né oro né argento…”
Mi pare importante sottolineare come, pastoralmente parlando, si debbano tenere ben distinte due dimensioni: la carità intesa come aiuto materiale e l’aspetto più propriamente spirituale. La parrocchia infatti non è esente dall’essere intesa dai Sinti come essi intendono in massima parte il rapporto coi gagi. Unicamente visti come persone che, se a pari livelli e a pari riprese ti servono, bene; altrimenti si bussa ad altre porte (manghel) e in altri modi (ciorel) pur di ottenere. Naturalmente questo presuppone, come mi pare sia, un forte legame e appartenenza identitario forse più di quanto non lo sia nella Chiesa stessa.
Ecco allora per noi l’attenzione ad essere una comunità che non propone altro che il Vangelo e la vita in Cristo. È un cammino lungo che però in questi 28 anni inizia a dare qualche sporadico frutto. Questo non toglie che ancora attraverso segni concreti di carità non si possa rendere presente il Cristo, ma coi Sinti non è la via privilegiata. Anche se forse è il modo migliore per toglierseli…dai piedi. Di qui allora il consiglio: mai parlare a loro nome.
b) Un secondo aspetto: rispettare i loro tempi. Come nelle cose del Signore e nel nostro stare davanti a Lui non si può procedere a tappe forzate, né tanto meno per programmi. I Sinti hanno un’unica preoccupazione: vivere. Quindi mangiano quando hanno fame, bevono (spesso) quando hanno sete, ecc… Si tratta quindi non di proporre delle iniziative ma di saper cogliere nel loro vivere i momenti in cui annunciare il Vangelo per diventarne partecipi con loro. Questa via è la condizione necessaria. Si compie il tempo dell’annuncio quando il Vangelo si fa carne nella loro condizione, in campina (roulette) o nel momento della nascita con il Battesimo o della morte con il funerale. Tutto questo avviene sempre e comunque come “gentile concessione loro”. Il successo dei “Vangelisti” mi pare possa dipendere anche da questo. Pur con tantissimi limiti, tuttavia hanno saputo incarnare l’Evangelo cogliendo gli aspetti più propri del modo di vivere Sinto.
I pastori Sinti che parlano Sinto, culti molto più semplici rispetto alle nostre liturgie, dimensione emozionale più coinvolgente… Sono solo alcuni degli aspetti che possiamo mettere sotto il titolo di rispetto dei loro tempi.
c) Come terzo punto porrei la questione dell’accoglienza reciproca tra Sinti e gagi. La comunità cristiana non si può tirar fuori da questa frontiera. Se non c’è più né giudeo ne greco, in Cristo non ci può essere più né gagio né sinto. Se per i gagi c’è insofferenza (benevolmente parlando) nei confronti dei Sinti, per i Sinti c’è indifferenza, attenuata dall’interesse che può derivare dall’amicizia coi gagi.
Pastoralmente parlando la scommessa sta in un cammino di Chiesa che non preveda il cappellano dei Sinti o dei Rom, ma per il parroco che, in virtù di un’appartenenza territoriale, si sa responsabile anche di questa etnia. Dalla presenza dei Sinti nelle nostre parrocchie ne viene una messa in guardia dal fare cappellani “etnici”…
La riconciliazione implica un sottrarsi a logiche di parte se non per essere e andare… dall’altra parte. Questo comporta in molti casi il non essere compresi né dagli uni né dagli altri. Proprio per questo affrontare pastoralmente questa realtà implica attingere continuamente al mistero stesso di Cristo che ha abbattuto il muro di separazione che era frammezzo distruggendo in se stesso l’inimicizia. Capisco che questi pensieri sono solo un inizio di riflessione ma soprattutto di preghiera per questo cammino di riconciliazione.
d) Un ultimo aspetto. Per la considerazione che abbiamo per il Vangelo, che non si fa sconti, né li fa ai più poveri ai quali chiede la conversione, anche per noi vale la stessa cosa. Mi spiego: veramente il Vangelo è per noi un invito alla conversione, perché esprime una radicalità dovuta alla radicalità con cui siamo amati, allora con molta franchezza la stessa cosa vale per il nostro annuncio.
Questo ci permette di superare due rischi: il primo è quello di prendere e stare da una parte o dall’altra, peccando o di pietismo o di razzismo.
Personalmente penso che la situazione attuale, non di tutti ma almeno di qualcuno, superi in peggio i pregiudizi che abbiamo nei loro confronti.
È inutile nascondere la realtà! Per questo, imparando dai “Vangelisti”, in occasione della morte di un giovane Sinto a causa di alcool e droga, va annunciato con franchezza un Vangelo che, come del resto a noi, non fa sconti a nessuno; tanto meno ai Sinti.
Questo è ciò che cerchiamo di vivere con loro nella preparazione ai sacramenti, nel dialogo quotidiano e in tutte le situazioni, tristi o dolorose, gioiose e ricche di speranza che il Signore ci fa vivere.
Quindi non parrocchia e Sinti ma parrocchia che per la fede in Gesù Cristo è chiamata ad essere una cosa sola in Lui per la forza dello Spirito a gloria di Dio Padre.