(Migranti-press nr. 11 – 13-19.03.2010)
CITTÀ DEL VATICANO (Migranti-press) – Nonostante oggi la situazione sia cambiata, nel senso che ci sono diverse organizzazioni internazionali che si occupano degli zingari, dei loro diritti e delle loro necessità “tuttavia gran parte di loro sono tuttora esclusi da tali benefici. Molti sono costretti a vivere in condizioni di povertà e altri trovano difficoltà a raggiungere il cuore della Chiesa a causa di preconcetti e di stereotipi, talmente radicati nella società da non permettere sviluppo e maturazione di atteggiamenti di apertura, accoglienza e solidarietà”. Con queste parole mons. Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, ha aperto la scorsa settimana i lavori dell’incontro dei Direttori nazionali della pastorale degli zingari in Europa sul tema “Sollecitudine della Chiesa verso gli zingari: situazione e prospettive” il cui obiettivo - ha spiegato il presule - era quello di “esaminare l'odierna pastorale specifica per evidenziarne le priorità e formulare proposte per un impegno più efficace e coordinato tra le Chiese locali europee e i vari Organismi ecclesiali - oltre che civili - che si prodigano a favore degli zingari”. Il Presidente del Pontificio Consiglio ha riproposto le posizioni assunte dalla Chiesa nei confronti delle popolazioni zingare, senza omettere le mancanze commesse nei loro confronti e per le quali Giovanni Paolo II “il 12 marzo 2000, con un gesto storico di riparazione, un atto intensamente evangelico di coraggio e di umiltà, chiese solennemente perdono per le colpe commesse dai figli della Chiesa nel passato; colpe che continuano, purtroppo, a proiettare le loro ombre anche nel presente. Inizia, così, un nuovo itinerario di dialogo e di riconciliazione tra Chiesa e popolo zingaro”.
“Dolore e profonda tristezza per la situazione delle popolazioni zingare in Europa, fortemente contrassegnata dall’emarginazione e dalla discriminazione, anche nell’esercizio dei fondamentali diritti umani, come quello all’istruzione, al lavoro, all’alloggio e alla sanità”, è stato poi denunciato da mons. Agostino Marchetto, Segretario dello stesso Dicastero introducendo i lavori. Mons. Marchetto, dopo aver ricordato che nel mondo sono 36 milioni gli zingari, ha affermato che il tasso di povertà nei loro ambienti è “particolarmente elevato”. Inoltre, essi frequentemente sono “vittime di violenze xenofobe o razziste o antizigane”. Secondo un recente sondaggio tra la popolazione Rom la metà degli interpellati dice di aver subìto discriminazioni almeno una volta nell’anno precedente l’inchiesta; di coloro che sono stati discriminati, mediamente ogni persona è stata vittima di 11 episodi di tale penalizzazione in 12 mesi. Infine, il 69% ritiene che la discriminazione, a causa dell’appartenenza etnica, è assai diffusa nei loro Paesi. Mons. Marchetto apprezza perciò l’iniziativa dell’Unione Europea di dedicare il 2010 alla lotta alla povertà e all’esclusione sociale. L’iniziativa - ha osservato - offre “occasioni e opportunità agli Stati e alle Chiese locali per una maggiore sinergia e collaborazione nell’impegno sociale, nonché per una generosa applicazione - per noi - dei principi della Dottrina sociale della Chiesa, che esorta alla solidarietà”.
Riguardo alla pastorale il Segretario del dicastero Vaticano ha sottolineato il ruolo di “ponte” che possono svolgere le persone consacrate di origine zingara tra le comunità e i gagé (non zingari), constatando con “gioia” il “costante aumento delle vocazioni sacerdotali, alla vita consacrata e al diaconato”. Riprendendo l’invito di Giovanni Paolo II nell’enciclica Ecclesia in Europa, mons. Marchetto ha chiesto alle Chiese locali di “lasciarsi ‘invadere’ da atteggiamenti di stima, di accoglienza e di correzione vicendevole, oltre che di servizio e sostegno reciproco”. Al convegno a cui ha partecipato il Direttore generale Mons. Giancarlo Perego, sono intervenuti, fra gli altri, padre Duarte Da Cunha, Segretario generale del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (Ccee); mons. Ciriaco Benavente Mateos della pastorale degli zingari in Spagna, mons. Petru Gherghel della pastorale degli zingari in Romania, padre Derek Farell, parroco della parrocchia per i viaggianti di Dublino; padre Claude Dumas, già Direttore della pastorale per gli zingari in Francia e mons. Cesare Nosiglia, Vescovo di Vicenza. Per quest’ultimo a Vicenza , secondo alcune stime, sono 500 tra Rom e Sinti stanziali. Se alcuni Rom e Sinti “sono riusciti, anche e nonostante il territorio vicentino, a darsi uno stile di vita, inserendosi pienamente nel contesto sociale senza dover continuamente 'giustificare' il loro essere di altra etnia”, per la maggioranza - ha spiegato - la situazione è ben diversa: “moltissimi di loro sono stati tollerati e costretti a vivere in evidenti situazioni di degrado umano. Incontriamo, infatti, queste persone ai margini delle strade, sotto i cavalcavia, lungo gli argini dei fiumi, accanto a cimiteri, vicino alle discariche, nei pressi di centrali elettriche o di antenne dei telefoni, nei parcheggi dei grandi magazzini. Dappertutto, tranne che in luoghi dignitosi”. Mons. Nosiglia prende atto che anche nella diocesi vicentina “è cresciuto, purtroppo, il rifiuto esplicito o dichiarato nei loro confronti. Ogni iniziativa che faccia pensare a un qualche possibile loro inserimento abitativo viene ostacolata, perché nessuno li vuole come vicini di casa. Molti sono ancora i casi di una sanità frettolosa e sbrigativa; i genitori gagè tollerano male la presenza di bambini Rom come compagni di classe dei propri figli; c’è l’impossibilità a trovare lavoro regolare”. Il presule sottolinea che nella sua diocesi è la Caritas diocesana, con la commissione “Nomadi e comunità cristiana”, a prendersi carico della situazione. Tra i servizi proposti lo “Sportello Rom e Sinti” (aperto 4 giorni a settimana) e la consulenza legale per gli irregolari. Il vescovo ha quindi auspicato “buoni rapporti di vicinato” e “un’apertura di oratori e patronati parrocchiali, affinché anche i bambini Sinti e Rom possano entrarvi senza essere emarginati, e che i gruppi giovanili siano coraggiosi nello spendere la propria attività educativa e di socializzazione ad ampio raggio” ed ha chiesto alle amministrazioni locali di “non continuare a mettere in atto la politica dell’allontanamento dei Rom, soprattutto nei confronti di quei nuclei che gravitano da anni nello stesso territorio o nei comuni vicini”.
No ad interventi “omologanti”, alle misure cioè che tendono ad assorbire la popolazione dei Rom nella cultura dominante è stata espressa da padre Duarte da Cunha, Segretario generale del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE). Il religioso ha fatto sapere che il CCEE sta svolgendo un’indagine presso tutte le Conferenze Episcopali d’Europa per conoscere meglio la presenza dei Rom nei singoli Paesi, i progetti che si promuovono e come si articola la pastorale degli zingari.
“Parliamo - ha detto padre da Cunha - di un popolo di cui è difficile dare una definizione e che per questo spesso è guardato da molti con tanti pregiudizi”.
“Non è neanche facile sapere quanti sono; non vi è nessuna garanzia che tutti siano registrati presso le autorità civili e non si sa mai con certezza se stiano ancora in uno stesso luogo”. Sono tutti fattori che alimentano delle “paure”, nate però - aggiunge il Segretario generale del CCEE - “dall’ignoranza che porta a considerare queste persone come estranee e quindi pericolose”. Per superare questi pregiudizi, “c’è bisogno di avere una conoscenza più positiva di questo popolo”.
Secondo padre da Cunha, dobbiamo prestare attenzione al modo con cui si cerca di attuare iniziative in vista dell'integrazione. Se vivere isolato non è buono, non significa che si debba essere completamente assorbito dalla cultura dominante. In realtà, però, molte misure promosse dai diversi enti pubblici sono di tendenza omologanti. Si pensa al ‘diverso’ come ad un problema e si preferisce o allontanarlo o forzarlo ad essere come tutti gli altri. La Chiesa cattolica avrà qui un ruolo molto importante, non solo per quanto fa, ma per quello che è”. E quello che la Chiesa può oggi suggerire è la logica della “unità di amore dove - spiega il sacerdote - ognuno e ogni comunità mantiene e ravviva la sua identità propria. Trasponendo questa logica alla questione della marginalizzazione dei Rom, penso che si possa dire che se si vuole veramente aiutare ed evangelizzare, si deve amare ed educare all’amore per potere integrare senza assorbire. Soltanto così i Rom si sentiranno allo stesso tempo pienamente inseriti nella società, e riconosciuti e valorizzati per quello che hanno di proprio. Sono certo che questa saggezza dell’amore può dare i suoi frutti e non credo che sia un’utopia”.