“Questo fatto grave, inammissibile, ci ha scosso tutti”, ha detto il vicario del Papa per la città di Roma, il card. Agostino Vallini: “ancora una volta è successo che bambini innocenti siano diventati vittime del degrado e dell’emarginazione”. Per il porporato “dobbiamo intensificare l’impegno per assicurare ad ogni persona le condizioni essenziali per evitare rischi e pericoli. E questo impegno riguarda tutti noi: le nostre comunità e ovviamente anche le istituzioni”.
“In un tempo in cui è altissima la mobilità sociale e il fenomeno dell’immigrazione anche in forme estreme - ha detto il card. Vallini al quotidiano “Avvenire” - mi rendo conto che i pericoli sono maggiori. Comunque la risposta deve essere improntata alla solidarietà e alla legalità. In questo senso dobbiamo incoraggiare l’impegno delle Istituzioni a favore di campi per i nomadi in condizioni di sicurezza, perché fatti del genere non abbiano a ripetersi. E in questa direzione anche la nostra diocesi di Roma desidera intensificare la sua azione caritativa”.
Il cardinale ha poi sottolineato che ogni pregiudizio di natura razziale è “chiaramente inammissibile” e “noi dobbiamo educare i nostri fedeli affinché non cedano a questa tentazione. Ma non posso - ha aggiunto - non esprimere il mio invito ai fratelli nomadi a fare la loro parte per essere accolti dalla cittadinanza, impegnandosi in quella opera di integrazione sociale che rispetta la diversità delle culture e la legalità”.
Di tragedia “inaccettabile”, parla la Comunità di Sant’Egidio che in un comunicato sottolinea che “non si puo’ morire a tre anni. Non si deve mai morire così. E’ un campanello d’allarme per una società che da decenni arranca nel creare soluzioni vere a una questione da sempre emergenza ma in realtà di dimensioni limitate, per nulla impossibile da affrontare”.
“Dopo la pietà, come sempre - prosegue la nota della comunità - sale la parola d’ordine sulla legalità e i ‘giri di vite’. Sembrano soluzioni per i cittadini ‘normali’, ma non toccano in niente il problema di come lavorare all’integrazione degli zingari nella società europea e italiana. Molte soluzioni tentate dalle diverse amministrazioni, in Italia, hanno perso di efficacia perché provvedimenti positivi, come quelli a favore della scolarizzazione, non sono andati di pari passo con la bonifica delle condizioni di vita, con le iniziative culturali per favorire la simpatia e la conoscenza tra residenti e nuovi insediamenti, o con le iniziative di creazione di campi attrezzati legali - all’inizio - ma poi abbandonati a se stessi per anni, come e più di certi quartieri difficili del Sud Italia”.
Sant’Egidio chiede che “nessuno sgombero di insediamenti abusivi o degradati avvenga senza una contestuale, migliore, soluzione”, sottolineando che gli insediamenti legali o attrezzati andrebbero bonificati e monitorati, accresciuti di servizi comuni non solo di base. Quando possibile - afferma la nota - si passi a iniziative residenziali adeguate e si avviino iniziative contestuali, culturali e di migliorie ambientali, tali da favorire un'alleanza e non una contrapposizione tra 'rom' e residenti”. Altrettanto necessario, per la Comunità di Sant'Egidio, è “che si intensifichi l'impegno per una scolarizzazione generalizzata dei bambini rom, anche sostenuta da borse di studio per i minori e di minimo di sussistenza per le famiglie, con sostegno scolastico, con percorsi premianti per i migliori all'interno di progetti mirati, che possono godere, come per tutte le altre iniziative di integrazione e innalzamento della qualità di vita, anche del sostegno dell'Unione Europea”.
Tre anni fa a Livorno quattro bambini Rom morirono nel corso di un altro incendio. L’anniversario è stato ricordato con una celebrazione con rito ortodosso su iniziativa della comunità di S. Egidio. Durante la cerimonia una signora di Livorno ha voluto rendere una testimonianza significativa a nome di “un gruppo di anziani che non nutriva simpatia per i Rom”.
“Non li conoscevo, eppure - ha detto - avevo tanti cattivi pensieri su di loro. Colpa della TV, colpa delle voci che si sentono in giro, colpa della paura che ti cresce dentro quando vivi e passi tante ore da sola. Ma poi, dopo quello che è successo qui a Pian di Rota (Livorno), ho conosciuto i genitori, i fratelli e le sorelle dei bambini morti sotto questo ponte, ed ho scoperto che la mia paura, i miei cattivi pensieri non avevano senso”.
“Sono andata a trovarli nella roulotte - ha aggiunto - ricevendo un’accoglienza che non dimenticherò mai! In una roulotte, anche le cose più semplici come mangiare, studiare, dormire sono difficili. Solo allora mi sono resa conto che è davvero ingiusto e disumano che alcune persone debbano vivere così. Ho scoperto che abbiamo molto in comune: anch’io ho avuto bisogno di aiuto dopo la guerra, in un periodo di grande povertà, per vivere anch’io volevo lavorare, ma le possibilità erano poche: anch’io volevo un futuro migliore”.
“Non ho conosciuto Danciu, Eva, Mengj e Tutsa (questi i nomi dei bambini morti a Livorno, n.d.r.) e sono molto addolorata per quello che è successo”, ha concluso: “a me sono stati donati tanti giorni in più rispetto a questi bambini e li voglio usare per dire che la violenza, la paura, il giudicare prima di conoscere non danno futuro e che una città che non accoglie, non ha memoria del passato e si prepara un futuro nero, come queste mura annerite dal fuoco”.