(Migranti-press nr. 40 03 - 08.10. 2010)
ROMA/ITALIA (Migranti-press) - Lo smantellamento dei campi nomadi prosegue in Francia, così come i voli speciali per il “rimpatrio volontario” di Rom in direzione perlopiù di Romania e Bulgaria. Ma di fronte al giro di vite voluto a fine luglio dal Presidente Nicolas Sarkozy, la coscienza di un intero Paese pare già squarciata. Così come, del resto, la stessa maggioranza neogollista, dove da settimane si moltiplicano le dichiarazioni di franchi tiratori. Fra questi, ben tre ex premier del centrodestra, Alain Juppé, Jean-Pierre Raffarin e Dominique de Villepin, hanno ammesso il proprio imbarazzo o la propria aperta opposizione verso i recenti provvedimenti. Villepin è giunto fino a parlare di una “macchia di disonore sulla bandiera” francese. E lo stesso ministro degli Esteri in carica, Bernard Kouchner, ha riconosciuto più volte il proprio intimo senso di fastidio di fronte all’asprezza della svolta politica in corso.
Sullo sfondo internazionale delle critiche talora dure giunte in particolare dalle autorità europee, la “vicenda Rom” è vissuta da molti francesi pure come un’inquietante metamorfosi del dna nazionale.
Secondo una certa visione forse un po’ romantica ma in parte storicamente fondata, la Francia si è sempre vista come la “culla dei diritti umani”. Non è certo un caso se ancora nel dopoguerra i dissidenti di tanti regimi illiberali - dalle dittature latinoamericane all’Iran della rivoluzione khomeinista, dal regime sovietico alla Grecia dei colonnelli - hanno puntato verso Parigi per organizzare forme di resistenza in esilio. Al contempo, nella coscienza nazionale francese, pesa ancora il ricordo delle deportazioni naziste, che videro i gitani fra i gruppi maggiormente colpiti. È anche in ragione di questo duplice passato, che molti intellettuali parlano da settimane di un Paese che sta “perdendo la propria anima”. Il cardinale André Vingt-Trois, Presidente della Conferenza Episcopale, ha denunciato il “clima malsano” che rischia di diffondersi, impedendo di affrontare con umanità e lucidità i problemi concreti dell’integrazione dei Rom.
Per il Ministro dell’Interno, Brice Hortefeux, la Francia “non è votata ad ospitare tutti i Rom di Bulgaria e di Romania”. Ma frasi come questa, assieme alla presunta “evidenza” di un forte legame fra campi nomadi e delinquenza, vengono accolte con scetticismo dalle associazioni che nel tempo hanno stretto legami con i circa 15 mila Rom presenti sul territorio francese.
Nonostante le dichiarazioni di fermezza del governo, a far tentennare la Francia e a spingere tanti francesi alla protesta sono state anche le immagini sulla vita quotidiana dei Rom.
Immagini che parlano di perenne precarietà, emarginazione e al contempo in molti casi di fierezza delle proprie origini. In Romania, Rom significa “uomo” ed è la denominazione politica scelta nel 1971 dal Consiglio mondiale dei Rom per qualificare la famiglia di gruppi etnolinguistici (gitani, sinti ecc.) che rappresenta oggi la principale minoranza dell’Unione europea.
Per convincere i Rom dei campi smantellati a tornare nell’Europa dell’Est, il governo francese ha previsto fra l’altro “sussidi” di 300 euro per ciascun adulto e 100 euro per bambino.
Ma diversi reportage e testimonianze hanno evidenziato la ferma volontà di tante persone “allontanate” di tornare presto in Francia. In Romania e Bulgaria, infatti, le condizioni materiali sono spesso per i rom ancor più difficili di quelle dei campi nomadi, ufficiali o irregolari, diffusi nelle banlieue francesi. Il problema è pienamente europeo e gli esperti giudicano che il principale “effetto positivo” del caso francese sta proprio nell’aver confermato quest’evidenza agli occhi del mondo politico e dell’opinione pubblica dell’intero continente. Ma in attesa di un auspicato rilancio in tutt’Europa di sforzi politici volti a una migliore integrazione sociale dei rom, pesano ogni giorno come macigni le immagini e le notizie sulla condizione effimera, quasi volatile, dei gruppi ai margini delle città francesi e non solo.
Nel caso transalpino, l’attualità delle ultime settimane offre una miriade di spunti di riflessione. Lo scorso 5 agosto, ad esempio, un impressionante incendio d’origine incerta ha annientato in poche ore uno dei campi nomadi di Bobigny, nella banlieue Nord di Parigi. Non ci sono state vittime, ma non era stato così il 23 maggio. In un altro campo ospitato in un hangar, sempre a Bobigny, le fiamme hanno ucciso un bambino di 7 anni. Il cadavere di Diego è stato ritrovato sotto le macerie e per la comunità Rom la ferita continua a bruciare. Cadimir e American, i genitori del bambino, hanno deciso di tornare a Tandarei, un villaggio a 100 km da Bucarest. Diego era il loro unico figlio. Una zia, Esperanza, è invece finita in un ospedale psichiatrico. Le inchieste di polizia hanno accertato l’origine criminale di una parte dei roghi di questo tipo. Fra problemi reali di ordine pubblico e derive criminali, rischi di nuovi picchi locali di xenofobia e il diffondersi sempre più marcato di forme di “pendolarismo” fra l’Est e l’Ovest europeo, la questione Rom presenta tanti volti. Ma per le associazioni di sostegno, fra cui molte d’ispirazione cristiana, le ruspe e i charter diretti a Bucarest rappresentano solo una scorciatoia politica, non un’autentica soluzione dagli effetti duraturi. (Avvenire, 3 ottobre 2010)