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Lunedì 2 Febbraio 2026
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 Primo piano - Alexian Spinelli: «La cultura rimossa» 
Alexian Spinelli: «La cultura rimossa»   versione testuale


31 ottobre 2012 Intervista a un ambasciatore di una cultura millenaria, rispetto alla quale l’Occidente è in debito. Ma è come se non riuscisse a ricordarlo.
 
 
Docente universitario, musicista e ambasciatore della cultura rom, Alexian Santino Spinelli ha ricevuto in questi giorni un importante riconoscimento. Ha presenziato all’inaugurazione a Berlino di un monumento che commemora il porrajmosh (in lingua romaní «devastazione», «grande divoramento») di 500 mila uomini, donne e bambini rom, operato durante il nazismo. La scultura è stata situata nel centro di Berlino, di fronte al memoriale per l’olocausto ebraico e porta incisa una poesia scritta appositamente da Santino Spinelli.
 
Durante i suoi concerti, che spesso offrono numerosi spunti di riflessione, lei ha l’abitudine di spiegare al pubblico quanto la musica popolare, quella classica e anche il jazz si siano contaminate con le musiche e la cultura romaní. Può farlo anche con noi?
«Quando la popolazione romaní, proveniente dai territori orientali, giunse nel nostro continente fu fonte di ispirazione e contribuì a costruire l’Europa così come noi oggi la conosciamo. Ha ispirato alcuni tra i più importanti artisti a livello mondiale: in campo musicale celeberrimi compositori da Brahms a Liszt, da Bizet a De Falla, da Schubert a Debussy fino ai compositori contemporanei. In particolar modo, l’arte romaní ha contribuito notevolmente al folklore nazionale in Spagna, in Ungheria, in Romania, in Yugoslavia, in Russia; in campo letterario scrittori da Cervantes a Victor Hugo, da Molière a Puskin, da Garcia Lorca a Hesse. La stessa alta moda vi attinge usando colori, ampiezze d’abito o eccentrici gioielli. Bisogna ricordare che persino l’uso degli orecchini a cerchio in Europa va fatto risalire alle donne rom. Tutta la tradizione circense s’avvale del loro essere domatori e ammaestratori d’animali o saltimbanchi nelle corti d’altri tempi. Il mondo rom ha prodotto artisti di fama internazionale come Django Reinhardt, chitarrista inarrivabile, El Camaron de la Isla , il più importante interprete del flamenco contemporaneo, Joaquin Cortes, Gypsy King, Moira Orfei, Charlie Chaplin, Yul Brinner, tantissimi altri artisti e celeberrimi calciatori ancora oggi in attività. Purtroppo nessuno di questi apporti è mai stato riconosciuto alla popolazione romaní, io con il mio modesto contributo cerco di far conoscere al maggior numero di persone la vera cultura romaní».
 
Una delle cose che la fa più indignare è la rappresentazione sempre emarginata e povera del mondo rom e sinti. Perché sembra impossibile farne a meno?
«Il problema è la non conoscenza. Ad esempio il termine “zingaro” è un eteronimo (che significa letteralmente intoccabile) con cui veniva definita una setta eretica in Grecia nel 12 secolo d.C. I rom si trovavano nello stesso territorio all’epoca e da allora questo termine è stato utilizzato per definire gli appartenenti alla popolazione romaní. La cultura romaní è “forzatamente” confusa con gli aspetti più deleteri della sua comunità, come se solo le comunità romanès avessero difetti. Con le buone intenzioni si affronta la cultura romaní associandola ad handicap e droga e quindi una cultura diventa un problema sociale. Questo atteggiamento, o meglio questa strategia alza barriere razziali e una contrapposizione violenta. L’opinione pubblica così non solo resta ignara e nella più completa disinformazione, ma si priva del diritto alla conoscenza di una civiltà; faccio un esempio: cosa si conosce realmente della lingua, della letteratura, della pittura e della scultura, della musica della popolazione romaní? La risposta purtroppo è facile: poco, pochissimo, per non dire quasi nulla. E ancora: come vivono le comunità romanès gli eventi della vita quali la nascita, la morte, il matrimonio? Quanti e quali articoli o programmi radiofonici o televisivi sono stati prodotti per promuovere realmente l’enorme ricchezza culturale e artistica del mondo romanò che è patrimonio dell’umanità tutta? Quante opportunità ha il soggetto rom di potersi mettere in evidenza positivamente? E quante per offrire la propria cultura fraternamente? Perché quando si parla delle comunità romanès le immagini sono sempre volutamente pietistiche provocando danni spesso irreparabili? Perché generalizzare continuamente? Perché l’errore del singolo porta alla condanna di tutta la popolazione romaní? Queste sono riflessioni profonde di chi ha realmente intenzione di migliorare la situazione in meglio per tutti».
 
In un suo libro di recente uscita (Rom, genti libere, Dalai) ha provato a smontare alcuni degli stereotipi più ricorrenti a proposito di rom e sinti. Come è stato accolto il volume?
«Ad oggi l’ho presentato in più di 20 città italiane ed anche nell’ambito di situazioni prestigiose come la Fiera del Libro di Torino. Per dare l’idea degli effetti sortiti da questo libro mi permetto di condividere con voi una mail appena ricevuta da un lettore: “Signor Spinelli, non posso fare a meno di scriverle un messaggio di ringraziamento per contribuire costantemente a rendere nota la storia (direi la vera storia) del popolo romanès. Sono un commesso di libreria, lavoro a Rimini, e un giorno mi è capitato tra le mani il suo libro quasi per caso. Ho iniziato a leggerlo e non sono più riuscito a smettere. E’ incredibile come non si sappia nulla di certe popolazioni, ed è incredibile e vergognoso che parti rilevanti della storia dei popoli vengano offuscate ed infangate con lo scopo di spingere all’odio. Prima di leggere il suo libro non sapevo nulla del popolo romanès, lo conoscevo solo come “gli zingari” e non avevo la più pallida idea del luogo dal quale provenissero. Ero a conoscenza di quelle quattro sciocchezze pubblicizzate dai media per seminare odio e disprezzo (rubano, sono violenti, sono falsi, non sanno cosa sia il rispetto, e altri luoghi comuni). Mi chiedevo spesso il perché di determinate situazioni e sono riuscito a salvarmi dall’odio razziale seminato dai media solo grazie alle spiegazioni fornitemi da mio padre, che qualcosa in più del solito lo sa. Mi aveva raccontato a grandi linee dei mestieri svolti dal popolo romanès in passato, spiegandomi che ora, essendo quei mestieri caduti in disuso o non riscuotendo il giusto grado di successo per farli proseguire, le condizioni disperate delle famiglie hanno costretto i loro componenti ad una forte emarginazione, venendo spesso a contatto con criminalità e violenza. Non mi ero mai posto altre domande al riguardo, e il suo libro è stato per me di un’importanza incredibile. Ho sempre tentato di comprendere le cose a fondo, non mi sono mai limitato a restare sulla superficie e sull’apparenza, e finalmente, dopo anni di domande senza risposta e di informazioni sbagliate, ho trovato il suo libro, che mi ha aperto gli occhi su diverse questioni. Mi rendo conto di quanto anche io sia stato in passato influenzato dal giudizio negativo (non riuscivo a spiegarmi perché vivessero in condizioni igieniche così precarie, e non riuscivo a spiegarmi perché non si integrassero con la nostra società). Mi rendo conto che non essere influenzati dalla cattiva informazione è difficilissimo. Per questo motivo la ringrazio infinitamente per aver scritto tante cose e le auguro di riscuotere il più vasto successo possibile. La nostra è una società malata e crudele, consumista, intollerante e indifferente, abituata al sopruso e alla violenza, e sarà sempre difficilissimo divulgare notizie vere e genuine riguardo alla storia dei popoli. Le faccio i miei più cari auguri per le sue numerose attività e la ringrazio ancora per avermi dato informazioni che da tempo speravo di avere. Un abbraccio, Piero».
 
Lei vive in Abruzzo dove la presenza rom è ormai di numerosi secoli. Perché ancora prevale l’idea che ci si trovi di fronte a persone appena arrivate da un mondo quasi primordiale?
«I rom in Abruzzo sono stanziali dal 1400. A causa dei pregiudizi molti scelgono di nascondere la propria etnia, per questo motivo è possibile incontrare un insegnante a scuola, un vigile urbano, un infermiere, un inserviente del supermercato senza sapere di trovarsi di fronte ad un rom. Per migliorare la situazione c’è bisogno dello sforzo reciproco di rom e non rom, gli uni devono avere il coraggio di rivendicare la propria appartenenza culturale, gli altri devono accettarla senza farsi frenare dal pregiudizio. Chi delinque è sempre un individuo, mai un’etnia».
 
Lei ha dato vita ad un festival internazionale e, con una orchestra vera e propria, ha suonato anche al parlamento europeo. La cultura e soprattutto lo scambio culturale possano divenire armi potenti per combattere tanto i nuovi razzismi?
«L’integrazione per me significa che due culture possano coesistere nello stesso paese, nello stesso luogo nel rispetto delle reciproche diversità e soprattutto delle leggi. Oggi va molto di moda parlare di integrazione, di interculturalità, ma la parola interculturalità è usata in maniera molto ambigua e spesso è sinonimo di mera conoscenza dell’esistenza di un’altra realtà culturale. Interculturalità, invece, ha un significato profondo e consiste essenzialmente nel “vivere” un’altra cultura. Ora la musica ci offre questa opportunità attraverso il canale se vuoi più facile e più piacevole, ma anche il più diretto, quello che lascia l’animo meglio predisposto all’ascolto dell’altro e di quanto di positivo ha da offrire. Quest’ anno siamo giunti alla diciannovesima edizione del Festival Alexian and International Friends, omaggio ad Angelo e Alessio Di Menno Di Bucchianico, ad Attilio D’Amico e a Umberto Timmonieri organizzato dall’associazione Them Romanò di Lanciano, dall’associazione Culturale Frentana, dalla FederArteRom e dalla Pro Loco di Lanciano in collaborazione con importanti enti pubblici e privati e numerosi media partners. La manifestazione, che ha ospitato oltre 130 gruppi musicali e tante celebrità sia italiane che straniere, ha conquistato un posto di rilievo nel panorama artistico italiano, come dimostra la collaborazione di numerosi media a livello nazionale e i numerosi ospiti (artisti, intellettuali, politici…) che ci hanno onorato con la loro presenza».
 
Stefano Galieni (Striscia di U Velto)