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Magia e luoghi comuni
di Alessandro Serena
 
 
Nelle fotografie di questo libro, scattate in alcuni grandi circhi italiani, ma anche in complessi minori, si può cogliere il fascino del circo nostrano. Ma di cosa è composto questo fascino? La magia del circo, vista e vissuta dall’interno, diventa magia della routine. Diventa un modo differente di percepire la realtà,senza cadere nella facile retorica del clown triste o dei lustrini che brillano solo illuminati dai riflettori.
 
Quindi, non tanto una magia rivelata, ma una magia che diventa quotidiana, scandita dai tempi precisi degli acrobati, dal ritmo della natura dettato dalla presenza di animali di ogni tipo, dalla precisione della logistica (l’organizzazione di un “teatro viaggiante” non è banale) e persino dal suono delle mazze sui picchetti ai quali saranno saldamente legate le cime che tratterranno a terra il gigante di tela. Come si trattasse dei velami di un bastimento dell’immaginazione. E la gente del circo ha un che dei mariani: il viaggio, il lavoro, la microsocietà, la battaglia con le intemperie, e l’uso di corde, tele e “olio di gomito”.
Ma mentre i marinai affidano alla fantasia i racconti di animali fantastici, nel circo questi animali sono presenti e diventano parte del quotidiano, non solo per l’importanza che hanno nello spettacolo ma anche per le cure che richiedono e per i sacrifici continui che impongono. Animali che devono essere nutriti ed accuditi e che hanno il loro periodo di innamoramento, nel quale, come gli umani, sono ad un tempo più vivaci e più nervosi. Animali che dettano il ritmo della vita del circo anche con i loro rumori ed odori. Provate a dormire nella roulotte di un circo per una notte. Magari sotto una pioggerellina costante che tambureggia sopra la vostra testa, un filo di vento che scuote la vostra abitazione, i ruggiti delle tigri, i barriti degli elefanti e magari il battito delle mazze sui picchetti che ricorda quello della jungla. E la comunicazione. La lingua del circo è una specie di esperanto esotico, con elementi di vero e proprio gergo circense misto a rom, vocaboli stranieri italianizzati, locuzioni italiane storpiate dagli stranieri, termini tecnici diventati d’uso comune, parolacce marocchine, bestemmie spagnole e intercalari in dialetto veneto. Ma esistono altri linguaggi, nel senso di trasmissione di significati. Alcune delle più importanti discipline del circo hanno acquisito negli anni forti connotazioni: la paura, il ritmo, lo stupore, il riso, l’esotismo,… Esiste quindi quasi un “codice delle emozioni” circensi che lo spettatore è abituato a riconoscere. E ovviamente, di conseguenza, molti dei personaggi circensi vengono subito collegati a delle immagini: il trapezista e il sogno di volare, il giocoliere e il ritmo e la velocità, l’ammaestratore e lo sprezzo del pericolo, la ballerina a cavallo e la grazia,… Figure che sono diventate quasi delle maschere, come nella commedia dell’arte, e che si sono alimentate di eventi reali, anche talmente singolari da essere subito assorbiti dalla narrativa e dal cinema. Il domatore sbranato dal leone, il trapezista caduto con o senza rete, la partner del lanciatore di coltelli, l’uomo proiettile sparato troppo forte. Una sorta di martirologio del circo che, in tutto il mondo, ha esercitato un magnetismo tale da attirare l’attenzione di intellettuale ed uomini di cultura. Non solo Chaplin o Fellini, ma anche Cocteau e Ricasso Genet e Stantislavski, Schlemmer o Martinetti. Ma all’interno del mondo del circo sono altre le sensazioni che si provano. Alcune sono assolutamente peculiari di questo microcosmo interessante e anomalo. Le leggi che regolano la “società” circense sono altro da quelle che regolano la società “normale”. I valori riconosciuti sono leggermente sfasati. Grande importanza alla famiglia ma allo stesso tempo una spiccata tendenza alla polverizzazione della stessa con componenti sparsi per tutto il mondo. Un concetto del nomadismo che è a metà tra quello degli zingari e quello dello show business.
Con un’abitudine alla precarietà che si riscontra difficilmente altrove. Per un circense è ancora una meraviglia arrivare in una piazza e poter avere immediatamente l’energia elettrica o l’acqua corrente. Allo stesso tempo la necessità di relazionarsi con gente di ogni nazione e di ogni estrazione sociale, no solo in quanto colleghi ma anche in quanto spettatori con una sensibilità sempre diversa a seconda di latitudine e longitudine.
Il circo arriva in una città e si inserisce nella sua architettura, si innesta nelle sue strade, nelle sue piazze. Ma allo stesso tempo possiede una propria architettura ben definita, con il tendone al centro dell’universo e tutt’intorno gli alloggiamenti degli animali, i camerini, gli uffici, le officine, la biglietteria, ed infine le roulotte degli artisti. Si tratta di un “modello urbano” unico nel suo genere la cui composizione può forse dire di questo mondo più di quanto non si possa immaginare. Una specie di disegno magico, una mandala nel quale, dal centro verso l’esterno, si sistemano gli elementi più importanti. E anche sotto il tendone esiste una divisione in classi sociali, anzi la demarcazione è piuttosto spiccata, forse più che altrove. Il sistema è spesso feudale, con la direzione al vertice, artisti e segretari subito dopo e personale e tecnici a seguire. Alla base vi sono gli operai, chiamati in gergo “galoppi”. Probabilmente da galoppino e quindi da galoppare. Strani individui. Per la maggior parte forestieri, di solito provengono da parti del mondo considerate economicamente arretrate rispetto all’Italia. Arrivano ad ondate, l’ondata dei marocchini e nordafricani, quella degli indiani, quella dei cileni, più di recente quella di polacchi, bulgari e romeni. Tutta gente per cui il dignitoso compenso percepito (oltre al vitto e alloggio) diventa principesco se convertito nella debole valuta di casa.
Fino ai tardi anni ’70 ve ne erano anche di italiani. Ma si trattava in genere, in qualche maniera, di emarginati. Gente che scappava da qualcosa o da qualcuno. Da un piccolo paese, da una storia d’amore andata male, a volte persino da problemi con la legge, in alcuni casi da crimini efferati. Il circo era una specie di “legione straniera” itinerante dove ci si poteva facilmente nascondere del resto del mondo. Vivevano spesso in alloggi stretti, molto stretti. Mangiavano alla mensa del circo, che non tutti i giorni serviva manicaretti. Non godevano sempre delel comodità della vita civile, alle quali sono abituati i “fermi”: riscaldamento, luce, acqua corrente. Gli orari strani della cittadina viaggiante li costringevano ad indossare quasi sempre abiti di lavoro. Eppure fra loro vi erano delle persone singolari. Uomini che nonostante la loro dubbia provenienza e nonostante fossero in quel momento vestiti di una tutta incrostata di fango ed immersi fino alle caviglie nello sterco degli elefanti, a guardarli negli occhi strani, notavi non solo una dignità, bensì un’eleganza, quasi, una nobiltà profonda e a volte una sorta di spiritualità superiore, quasi avessero scelto quel cammino come una specie di iniziazione spirituale. Girando la piramide, all’estremità opposta sta il direttore del circo. Figura suggestiva, già tratteggiata in importanti opere cinematografiche (come Il più grande spettacolo del mondo di de Mille).
Il direttore del circo, per rifarsi a metafore marinaresche, è come il capitano di una nave. Deve tenere tutto sotto controllo, deve decidere della rotta dell’imbarcazione, della disciplina interna, della qualità dello spettacolo. Deve trattare con principi e con scudieri, trovando la maniera adatta di comportarsi con ognuno di loro. Raramente ha terminato le scuole dell’obbligo, ma allo stesso tempo è in grado di affrontare, spesso in maniera brillante, qualsiasi conversazione con qualsiasi interlocutore, per di più parlando in quattro – cinque lingue diverse. È un imperatore, un re, e come tale trasmette i propri poteri per via ereditaria, di solito al primogenito, qualche volta ad un nipote e in casi eccezionali ad un trovatello, ipotesi in cui si entra, quasi di diritto nella leggenda.
È fuor di dubbio che quello del circo sia un microcosmo, un mondo dentro il mondo, con delle regole abbastanza precise e spesso diverse da quelle di fuori. Di conseguenza i codici altrui non solo non sono condivisi ma spesso vengono guardati con sospetto. È quindi vero che esiste fra i circensi un diffuso pregiudizio verso i fermi, chiamati “gaggi” o “contrasti”. Nello stesso tempo è diffusa la tendenza alla mistificazione, anche se spesso ingenua e risibile. Esiste la cattiva abitudine di annunciare, sempre e comunque, i propri numeri come “i migliori del mondo”, mentendo su luoghi e date di nascita per accentuare il carattere di internazionalità e di freschezza della compagnia. La tendenza al bluff, unita alla scarsa alfabetizzazione, è in grado di produrre perle di valore inestimabile, come l’annuncio: “Abbiamo animali provenienti dai dieci continenti” o anche più sottilmente ironico: “venite, Signore e Signori, che più gente entra e più animali si vedono”. Ma è chiaro che questo atteggiamento di superiorità nasconde un insieme di dubbi ed insicurezze. Forse un sentimento di alienazione dal resto del mondo che pare destinato a perdurare e ad aumentare quel gap culturale che allontana il circo dall’esterno e che forse lo rende sempre meno al centro dell’attenzione.
E resta il fatto che quel mondo esterno per i circensi resta pur sempre anche un campo di battaglia, nel senso che ad esso si deve continuamente raffrontare per sbrigare problemi pratici. Mille esempi: una volta arrivati in una nuova città bisogna trovare la paglia e il fieno per gli animali, ma anche il mangiare per le persone, la vernice per pitturare i camion, il gasolio per il riscaldamento. I rapporti che vengono generati sono quindi i più vari:sfruttamento, mutualità, simpatia. A volte amicizia e amore. E poi in realtà l’estrema semplicità della gente del circo, il piacere di stare insieme, la gioia di incontrare, dall’altra parte del mondo, vecchi amici o compagni di lavoro, la goliardia. C’è uno scherzo abbastanza ricorrente che coinvolge gli esterni. Quasi un piccolo e faceto rito di iniziazione. Quando arriva al circo un esterno, un “gaggio” o un “contrasto”, come vengono chiamati, uno dei responsabili gli chiede di “.. andare da quel tale e farsi consegnare le chiavi dello chapiteau”, ovvero del tendone. Il malcapitato rischia di girare per tutto il circo anche per una o due settimane, mandato di porta in porta. Di roulotte in roulotte, di scuderia in magazzino, prima di trovare qualcuno che, impietosito, gli rivela la verità… e in fondo gli indica una via. Non servono le chiavi per entrare nello chapiteau, e del resto neppure con le chiavi si può entrare nello chapiteau.. ma forse una sbirciatina dentro la si può dare osservando, o meglio, gustando, le fotografie di Sanio Panfili e cogliendo le molte sensazioni che esse trasmettono.