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L'esperienza di fede nei Circhi e nei Luna Park
Migranti-press nr.11 del 13 – 19.03.2010

 
 
Nel marzo 1931, a Reggio Emilia, avvisano don Dino Torreggiani che in una carovana c'è gente che piange. “Corsi, senza nulla pensare - racconta il sacerdote - soltanto preoccupato di portare i conforti religiosi. Fui accolto con tanta cordialità e riconoscenza. Quell’episodio, senza accorgermi, segnava una svolta nella mia vita… Poche settimane dopo, tornai quasi sospinto da una forza misteriosa. Due carovane e una piccola arena sostituivano la carovana già partita per altro destino. Una donna stava lavando i panni: “Padre, venga - mi disse - siamo cristiani anche noi”. La scoperta di un nuovo mondo di gente a cui il sacerdote si dedica per il resto della sua vita: Sinti e Rom, giostrai e circensi diventeranno il centro del suo apostolato. Nasce così l’Oasni (Opera per l’assistenza spirituale ai nomadi in Italia) che confluirà nella Fondazione Migrantes con un Ufficio per la pastorale dei fieranti e circensi. Chi è il sacerdote impegnato all’interno dei circhi e lunapark? Lo abbiamo chiesto a don Luciano Cantini, Direttore di questo Ufficio.
 
“Preferirei usare il condizionale, allargandomi agli altri operatori pastorali, religiosi, suore, diaconi e laici, userei una sola parola ‘amico’. La gente del viaggio, proprio per il suo viaggiare non ha un rapporto stabile con un territorio e tanto meno con una comunità parrocchiale strutturata su base territoriale, in altri termini non può fare esperienza di Chiesa. Ha invece un rapporto stabile e sicuro con la propria famiglia, intesa come famiglia allargata. Dunque, si tratta di entrare dentro questa famiglia allargata, senza avere motivi di sangue né di tradizione è un percorso lento che solo è possibile se siamo capaci di passione, di amore e di stima per queste persone”.
Cosa significa essere sacerdote in mezzo a questo popolo?
“Abbiamo detto che prima di tutto deve essere amico. Chi è specialista nella maschera, non sopporta che questa faccia da intermediario nei rapporti; dunque si tratta di essere autentico con pregi e difetti. Lo specifico del sacerdote deve emergere in seconda istanza, quando l’esperienza reciproca lo permette. Il sacerdote ha il compito di portare Gesù che ha dentro, non mostrarne un’immagine. Il brano evangelico della Visitazione chiarisce l’idea: Maria porta Gesù ad Elisabetta perché lo custodisce nel suo grembo. Non sappiamo cosa abbiano fatto le due donne nei tre mesi passati insieme, sicuramente hanno vissuto la quotidianità della vita familiare. Questo dovrebbe fare il sacerdote e l’operatore pastorale: entrare nella quotidianità della vita anche se ciò significa parlare di lavoro, di camion, di spettacolo, di saldatura, di pittura, di animali, di supermercato”.
Qual è la sua esperienza?
“La mia esperienza supera i trent’anni ma non posso dirla conclusa, nel senso che corre insieme alla vita. Il Circo e il Lunapark di oggi non sono quelli di qualche anno fa, è cambiata la gente che vi lavora, il pubblico, il mondo, ed anch’io sono cambiato. Il trucco ce lo ha insegnato Gesù stesso nel mistero dell’Incarnazione: prima di predicare e di fare miracoli si è fatto uomo, ha condiviso in tutto la nostra condizione umana. Credo che questo sia un insegnamento incredibile che vale sempre, specie in una comunità un po’ particolare come quella del Circo e del Lunapark. Ognuno poi trova la sua strada secondo le capacità di relazione. Per me è stato facile truccarmi la faccia e condividere la pista, ma l’ho fatto per loro e non per il pubblico, chi mi ha visto in pista non sapeva chi io fossi in realtà. La condivisione della pista mi ha permesso altre condivisioni ed altre profondità”.
I circensi e i fieranti la aiutano a riscoprire la vocazione sacerdotale?
“La nostra fede parte dall’esperienza di Dio che è cresciuta in un popolo nomade. Gesù dice di se stesso di non avere un sasso dove poggiare il capo. Non possiamo diventare nomadi, ma abbiamo necessità di chi fa questa esperienza. Purtroppo la paura dell’altro, del diverso, crea emarginazione, allora bisogna superare i limiti per metterci in ascolto di questa esperienza sublime che ha molto da raccontarci. Come prete, ho avuto dei momenti di grande difficoltà personale con interrogativi grandi… non credo che la gente del circo mi abbia aiutato a trovare delle risposte, ma sicuramente mi ha aiutato ad avere uno sguardo ‘altro’, a rendere gli interrogativi meno pesanti”.
Ai sacerdoti che vorrebbero iniziare cosa direbbe?
“Direi di avere il coraggio della semplicità, della disponibilità e i tempi lunghi dell’ad-domesticamento”.
E a chi non ci ha mai pensato?
“Direi: ‘Non sai cosa ti perdi’; poi direi che chi è impedito a frequentare la ‘Chiesa’ perché ogni dieci giorni cambia paese e parrocchia ha bisogno che la Chiesa si faccia loro vicina. Purtroppo sono tanti gli altri ‘missionari’ che bussano alle porte delle carovane con lo scopo di destabilizzare. Bisogna essere coraggiosi, dice san Paolo: Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno”. (R.Iaria)