22/02/11 - Una ricerca dell’European Roma Rights Centre in cinque città dimostra come l’intervento giudiziario arrivi prima di quello sociale. Mentre le politiche di assistenza annaspano nella mancanza di coordinamento.
Prima il giudice, poi i servizi sociali. I pregiudizi nei confronti dei bambini Rom conducono anche a questi paradossi: più che cogliere nei minori le vittime indifese di uno stile di vita connaturato alla condizione nomade, si punta a reprimere un eventuale reato che hanno commesso. È uno degli elementi che emergono da una ricerca intitolata “Sistema di protezione dei minori rom e sinti nel Lazio” e presentata a Roma un paio di settimane fa, proprio nel giorno del lutto cittadino in ricordo di Raul, Fernando, Patrizia e Sabatino, i bambini morti il 6 febbraio tra le fiamme della baracca in cui dormivano al quartiere Appio.
Una coincidenza che ha reso ancora più significativo questo lavoro realizzato dall’European Roma Rights Centre in collaborazione con il “Bulgarian Helsinki Committee”, la fondazione Milan Simecka e la onlus OsservAzione. La ricerca, finanziata dalla Commissione Europea, ha come obbiettivo quello di verificare se il trattamento riservato ai minori rom sia o meno diverso da quello degli altri minori ed in Italia è stata svolta a Roma, Napoli, Milano, Bolzano e Bari attraverso alcune ricerche sul campo fra giugno e ottobre 2010. I risultati fanno riflettere: infatti secondo la scrupolosa analisi del quadro normativo e degli assetti istituzionali ciò che emerge è una situazione alquanto contraddittoria. Da un lato abbiamo un sistema legislativo altamente protettivo nei confronti del minore e del suo diritto a vivere all’interno di una famiglia, dall’altro però esistono attualmente troppe figure che hanno competenza in materia di protezione dell’infanzia e nessuna di queste svolge il ruolo di direzione necessaria a coordinare le politiche di assistenza.
Tutto questo porta molto spesso ad un’incapacità di riconoscere le reali situazioni rischiose e dunque, come si diceva, ad un precoce intervento delle autorità giudiziarie a discapito dei servizi sociali. L’analisi più mirata svolta solo nella regione Lazio si è basata invece su 19 interviste ad operatori sociali e responsabili di strutture istituzionali e sulle testimonianze di quattro nuclei familiari rom coinvolti in procedimenti di affidamento o adozione. Anche qui i risultati, nonostante i progetti di scolarizzazione portati avanti negli ultimi 20 anni dalle amministrazioni locali, non sono del tutto positivi. Anzi, emergono due grandi aree di criticità: innanzitutto c’è un problema legato all’avvio e alla gestione dei procedimenti che portano all’affidamento dei minori. Molto spesso la causa principale è la difficoltà di comunicazione tra rom e soggetti istituzionali. In secondo luogo è emersa una vera e propria conflittualità fra il minore e il contesto familiare e sociale di provenienza che diventa più forte quando si avvia un percorso di affidamento.
Questo porta all’impossibilità di elaborare progetti a medio-lungo termine, a causa soprattutto delle fughe dei minori che fanno ritorno nel nucleo familiare originario. L’affidamento viene infatti visto come una “pausa” in attesa del rientro nel campo rom e del recupero del ruolo tradizionale che i bambini hanno tra le popolazioni nomadi. http://www.lanuovaecologia.it/view.php?id=12018&contenuto=Notizia