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 Primo piano - Rom e Sinti, il caso Brescia  
Rom e Sinti, il caso Brescia    versione testuale


03.03.2011 Brescia - Fa freddo quando arriviamo in via Borgo Satollo. Fa freddo, ma c'è il sole. C'è silenzio la mattina. Gli uomini sono quasi tutti a lavoro, e le donne invece rimangono a casa a preparare da mangiare e ad accudire i più piccoli che, approfittando dei pochi raggi di sole di questo inverno, sono fuori a giocare chi con un pallone e chi con le biciclette.
Da anni ormai generazioni bresciane di Rom e di Sinti crescono gli uni vicino agli altri. Sono pochi infatti i chilometri che dividono le roulotte di via Orzinuovi e le casette di Via Borgo Satollo.
Eppure se si pensa a loro viene spontaneo immaginare villaggi, sporchi, baracche decadenti e condizioni igieniche da terzo mondo. Ma non è così, anzi ci si sorprende anche a scoprire che la maggior parte di queste persone (con cittadinanza italiana o regolare permesso di soggiorno) è da anni inserita nel mondo del lavoro e come tutti, paga mensilmente le bollette e quanto altro. Certo i meno fortunati ci sono. C'è chi non ha trovato niente e passa le giornate a fare qualsiasi cosa come ad esempio andare nelle discariche a cercare del ferro da poter rivendere.
Non sembra neanche un campo rom se non fosse per un piccolo particolare che a poco a poco emerge. Il comune ha costruito per loro delle casette, piccole ma molto graziose e soprattutto diverse dalle vecchie baracche in cui vivevano nei primi anni '90 quando sono arrivati a Brescia.
Ogni casa è dotata di tre stanze, non di più. Che siano comunità numerose, questo lo si sapeva già quello che non si sa invece è che sono costretti a dormire in 15 in circa 60 metri quadrati di spazio. «Dormo vestita» mi dice una mamma, «per pudore dei miei figli» aggiunge.
Un'altra invece dice di dormire con il marito per terra, sulla piccola veranda per lasciare più spazio ai bambini dentro.
Insomma spazio non ce n'è né per loro né per alcune famiglie sinte che il comune vuole spostare da queste parti.
Già, perché la storia è questa: l'amministrazione bresciana, per motivi che dicono di sicurezza, vuole spostare dal campo Sinti di via Orzinuovi quattro nuclei familiari, quindi non meno di 15 persone.
Peccato però che sia i sinti che i rom sembrino non accettare di buon grado questa soluzione. Il ragionamento sostenuto dai nomadi non fa una piega. Chiedono prima di sistemare le famiglie rom di via borgo satollo nelle casette vuote e poi sistemare i sinti che, da parte loro, dimostrano l'intenzione ferma e decisa di voler continuare a stare nelle loro case mobili. E' la loro cultura questa, la loro tradizione. Una tradizione che non è stata rispettata dal vicesindaco, Fabio Rolfi, che ha dato ordine qualche settimana fa di staccare la corrente del campo per convincere con la forza le famiglie a lasciare il campo.
Tentativo fallito il suo, ma che ha destato notevoli polemiche se si considera che all'interno del villaggio si trovano due bambini gravemente malati e costretti a vivere attaccati alle macchine.
Tommaso ha un anno e mezzo ed è affetto dalla H-ABC, malattia degenerativa che colpisce i gangli basali portando cecità, sordità ed immobilità. E' alimentato tramite sondino e ogni mezz'ora necessita della macchina d'ossigeno per poter respirare. Gabriel invece ha cinque mesi ed è malato di cuore. Quando è stata staccata la corrente per Tommaso è stato trovato un generatore mentre per Gabriel è stato necessario chiamare il 118. «Il bambino - racconta la mamma tenendolo in braccio - presentava problemi di respirazione gravi, non avevo potuto fargli i consueti aerosol e così ho dovuto chiamare l'ambulanza». Parla con rabbia questa donna, mostrando il foglio dell'ospedale dove c'è scritto perché suo figlio è stato male e pensa anche a Tommaso portato giorni dopo a Padova in seguito alle conseguenze di ciò che è successo.
Ma non è finita qua. Dalla corrente elettrica sono passati alla chiusura dei bagni chimici e hanno annunciato uno sgombro nei prossimi giorni. I sinti non si muoveranno da li, almeno così hanno detto e sembrano non voler rinunciare alla loro posizione, mentre i rom dicono di accettare tutti purché prima si trovi una sistemazione per loro.
Insomma la storia è sempre la stessa, non una guerra "fra poveri" come si vuol far credere ma una guerra tra forti e deboli dove è normale che a soccombere siano sempre loro. Già, peccato però che stavolta si è giocato con la vita di due bambini...
 
di Elisabetta Ranieri
http://www.nuovasocieta.it/inchieste/11942-rom-e-sinti-il-caso-brescia.html