18.05.2011 Roma - C’è una Roma che li discrimina e un’altra che li accoglie. Sotto al Cupolone, poi, come nel resto dell’Italia, se te la cavi a palleggiare, divieti e colore della pelle li puoi buttare tranquillamente alle spalle. Loro, i Rom, hanno accettato la sfida. «Non per agonismo ma per dire che ci siamo e che facciamo parte di questa società», dice Salvatore Paddeu, educatore ed allenatore della prima squadra di Rom partecipante alla tredicesima edizione del Mundialido, il mondiale di calcio tra immigrati, in programma dal 22 maggio al 26 giugno. Mondiale quindi, ma non più «lido». «Dopo dodici edizioni a Ostia si va via, e non per colpa nostra - siamo stati abbandonati dalle istituzioni - ma l’importante è esserci, continuare e non fermarsi», dice Eugenio Marchina, presidente di Asd club, comitato organizzatore del torneo presentato nella sala del Carroccio, al Campidoglio. A quanto pare, l’emarginazione, a seconda delle latitudini e per motivi diversi, può colpire tutti. Senza distinzione.
GIRONI DA MUNDIAL - Da Ostia allo storico impianto della Spes Artiglio, in via Boemondo, zona Tiburtina. Qui si affronteranno 24 squadre divise in sei gironi da quattro. Mundialido non per niente. E’ stata questa infatti la formula a gironi del mitico Mundial spagnolo vinto dall’Italia nell’82. A proposito, i detentori del torneo Mundialido sono i rumeni. «E cominciamo bene!», ridacchia il mister dei Rom: pare che in sede di sorteggio farà in modo di evitare lo scontro diretto. «Ma soltanto perché sono i più forti». D’accordo, e i suoi, come giocano? «I miei ventidue, dai 17 ai 24 anni, mi sembrano tanti Antonio Cassano, andrebbero un po’ disciplinati ma a tecnica e fantasia stiamo messi più che bene». Del resto, i nazionali (divisa rosso blu, come il Barcellona, e bandiera con la ruota del carro arancione su prato verde e sfondo azzurro) hanno un glorioso passato fra i giovanissimi. Aggiunge il mister: «Molti di questi nazionali hanno giocato nella società dilettantistica degli Ercolini don Orione, vincendo nel 2006-2007 il campionato del torneo Acli».
ACLI COME PARTNER - E il ruolo delle Acli, per la prima volta partner sociale del Mundialido, è stato determinante nella scelta delle squadre. «Fare del bene, lavorare alla costruzione di una causa sociale, non è per forza noioso: per questo collaboriamo e sosteniamo con piacere un’iniziativa ricca di tutti i colori del mondo», ha detto Cristian Carrara, presidente delle Acli di Roma. Ma la cosa bella è che la partecipazione dei Rom al mondiale è stata decisa sul filo di lana. «Avevamo già chiuso a 20 squadre, quando ricevo una loro richiesta d’ammissione: ho dovuto allargare a 24, chiamando Congo, Brasile e Moldova», ricorda il presidente. Non mancano le sorprese tra le altre squadre. Accanto ad Afghanistan, Bangladesh, Camerun, Capo Verde (quattro volte vincitrice del mondiale per immigrati), Città del Vaticano, Congo, Ecuador, Etiopia, Giappone, Irlanda del Nord, Italia, Madagascar, Paraguay, Perù, Polonia,Somalia, Spagna, Senegal, Tunisia e Ucraina, ci sono anche quelli di Senza frontiere, una rappresentativa multietnica della Caritas diocesana.
VOLONTARI E SPORTIVI - Eh sì, deve far proprio gola questa competizione - in palio il trofeo del presidente della Repubblica (il torneo rientra nel programma delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, ndr) - la cui cerimonia inaugurale si terrà il 21 allo stadio Alfredo Berra (ex Eucalipti), in viale Marconi. Nello stesso giorno sarà presentato il programma messo su dal villaggio multietnico l’Ombelico del mondo: incontri, tavole di confronto, musica e danze popolari, concerti, laboratori per bambini, mostre e degustazione di prodotti. Tutto questo grazie al lavoro dei volontari. Come lo sono alcuni dei ragazzi rom impegnati nel torneo - provenienti dai campi Baiardo, Prima Porta e Solone - i quali offrono parte del loro tempo nell’assistenza ai disagiati del Piccolo Cottolengo Don Orione e alla casa di cura per malati di Aids «Villa Glori». «Ma noi siamo ancora alla ricerca di altri volontari per sostenere i nostri progetti», ricorda Paddeu.
Peppe Aquaro