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 Primo piano - I rom ai «lavori forzati» 
I rom ai «lavori forzati»   versione testuale
Iniziativa choc in Ungheria Budapest approva l'apertura di cantieri di «pubblica

22.09.2011 BRUXELLES — Si chiamava Hoherweg, era guardato da poliziotti e cani, stava alla periferia della Düsseldorf nazionalsocialista nel 1935. Ed era un rione intero appositamente costruito per i rom della città, costretti a lavorare nelle vicine vetrerie di Gerresheim, a posar binari dei treni, a tagliare tronchi. A sentire il borgomastro locale, quello era un esperimento di grande utilità sociale.
Prima di trasferirsi ad Auschwitz o Treblinka, Hoherweg si duplicò poi a Colonia, Francoforte, Salisburgo. E 76 anni dopo anche a Gyöngyöspata, Ungheria, Unione Europea? La Commissione Europea afferma di non saperne nulla. Ma nei movimenti antirazzisti di mezzo continente, qualcuno se ne dice certo.
Perché a Gyöngyöspata, secondo un progetto già approvato dal Parlamento ungherese, molti disoccupati che vivevano di sussidi pubblici oggi zappano, puliscono strade, tiran su mattoni. Fatte salve le ovvie differenze storiche e ideologiche, un altro esperimento sociale: e giacché in Ungheria la disoccupazione è alta soprattutto fra i nomadi rom, è rom la grande maggioranza di quegli improvvisati lavoratori. Anzi, quasi tutti: Gyöngyöspata è zona tradizionale per i loro accampamenti, e proprio per questo è spesso percorsa dalle marce paramilitari di Jobbik, il movimento dell'estrema destra nazionalista che controlla la municipalità locale. I militanti sfilano tra fiaccole fumiganti e grida di «zingari assassini». E proprio come quelle grida, dice l'opposizione socialista, anche l'esperimento del lavoro quasi-obbligato prende di mira i nomadi o quasi soltanto loro, può essere sospettato di avere motivazioni etniche.
I rom di quei cantieri ricevono un salario inferiore o pari a quello sociale minimo.
Alcuni vivono in prefabbricati. Alcuni devono accettare di viaggiare fino a 3 ore per raggiungere il proprio luogo di lavoro.
Che non è, formalmente, lavoro forzato: loro non vivono in cella, non sono obbligati a fare ciò che fanno. Ma se non lo facessero, perderebbero il diritto ai sussidi. E comunque, intorno ai loro cantieri, passeggiano dei poliziotti, in pensione e no.
Un po' come dire: chi lavora, mangia; e chi mangia, deve per forza lavorare. L'altro ieri, un filmato della televisione belga ha mostrato i rom all'opera con zappe e badili, proprio in quei luoghi.
Vecchi, malati, e genitori con bambini, sono esonerati dai turni. Ma gli altri, no.
Sono già un migliaio, quelli «arruolati» a tempo pieno, circa 8 ore al giorno. Tutto il piano, esteso su scala nazionale, secondo gli intendimenti dovrebbe arrivare a coinvolgere qualcosa come 300 mila persone.
Un primo annuncio di questo progetto era circolato in estate dopo la visita a Budapest del primo ministro cinese Wen Jiabao, giunto a far compere di titoli di Stato e grandi appalti magiari. E questa, a qualcuno, era parsa qualcosa in più di una coincidenza: forse non è molto diverso, il concetto di lavoro nei megacantieri del rosso impero. (Corriere della Sera)