06.10. 2011 Zainetto in spalla e Vangelo dentro. Da una settimana in quattordici giovani seminaristi del Seminario Romano Maggiore, ogni mattina di buon'ora, partono dal Laterano diretti nel più grande campo rom della Capitale. Toccare con mano l’emarginazione e vedere coi propri occhi dove vivono più di mille persone strette come sardine in condizioni di estremo degrado, può essere una lezione decisamente formativa. Soprattutto per chi un domani sarà ordinato sacerdote e prenderà le redini di qualche parrocchia. Entrare nella miseria dei ghetti obbliga ad introiettare il concetto di integrazione secondo due capisaldi. Accoglienza e legalità. E’ la prima volta che una diocesi italiana autorizza una missione del genere che, nel caso specifico, ha uno sponsor d’eccezione, il cardinale Vicario, Agostino Vallini.
L’iniziativa è maturata in diversi stadi. Si racconta che all’origine c’è una visita a un campo nomadi fatta l’anno scorso dal cardinale Vallini in incognito, senza insegne cardinalizie addosso, accompagnato solo da padre Paolo Lojudice, un sacerdote da tempo impegnato nella pastorale dei rom. In quel periodo sui giornali divampavano feroci le polemiche per la gestione dei campi, sicché il porporato ha voluto andare di persona, senza filtri, a rendersi conto di come stavano le cose. Si racconta che da quella esperienza ne è uscito fortemente impressionato. Sofferenza, necessità materiali e spirituali. Vallini è entrato in alcune roulotte, ha parlato a lungo con alcune famiglie e da allora ha preso a cuore la faccenda. Con alcuni di loro è divenuto amico. Da quell’incontro si è rafforzato un percorso pastorale esistente, culminato con l’udienza straordinaria che Papa Ratzinger (nel giugno scorso) ha concesso a duemila zingari arrivati per l’occasione a Roma da tutta Europa.
E’ a via di Salone, sulla Tiburtina, che sono stati spediti i seminaristi. In questa area attrezzata con fogne ed elettricità (anche se va e viene) e i rifiuti che si accumulano perché i bambini più piccoli (ai quali spetta il compito di gettare l’immondizia) non riescono ad arrivare fino ai cassonetti, trovano riparo più di mille persone, spesso anche dieci-quindici in un unico container. Sono serbi, bosniaci, romeni, bulgari. «La prima cosa che facciamo non appena arriviamo è celebrare la messa» racconta padre Lojudice. Nello spiazzo vicino al cancello d’ingresso ogni giorno montano e smontano un panchetto che funge da altare e una piccola tenda.
«Chi vuole assiste anche se durante i giorni feriali non ci sono tante persone». L’importante però è la presenza simbolica, la voglia di dialogare, la vicinanza. Nel pomeriggio si organizzano incontri, si fa catechismo ma si gioca anche a calcetto. «E’ una iniziativa importante benché limitata nel tempo» commenta Paolo Ciani, della Comunità di Sant’Egidio, veterano nell’assistenza agli zingari. Domenica l’esperienza dei seminaristi terminerà. Sabato mattina, invece, il cardinale Vallini battezzerà sei bambini nel monumentale Battistero di San Giovanni in Laterano. Il più piccolo della comitiva si chiama Agostino, come il cardinale, seguito dai gemelli Giovanni e Andrea, Benedetta, Dragan e Jasmine. Subito dopo, assieme ai genitori e ai parenti più stretti, si trasferiranno nel salone del seminario per un piccolo rinfresco. Aranciate, succhi di frutta, torte e salatini. Una cosa semplice e quasi familiare, un gesto di amicizia.
Del resto quando a giugno Benedetto XVI aveva accolto in Vaticano quell’esercito variopinto e chiassoso, formato da duemila tra Sinti, Kale, Yenish, Manuches, Travellers, era stato chiaro. «Mai più rifiuto e disprezzo. Non si può costruire una Chiesa senza di loro». Aggiungendo però che integrazione vuol rispettare la legalità senza perdere di vista la bussola centrale, la cura verso i più deboli e poveri. (di Franca Giansoldati Messagero)