04.11.2011 Napoli- Lavorare sul disagio sociale è un’impresa. Perché richiede dedizione, coraggio, un continuo ascolto paziente e una molteplicità di competenze da affinare con l’esperienza sul campo.
Occuparsene in relazione a persone migranti, date le distanze culturali e linguistiche da affrontare, e in un contesto territoriale dove il rischio di emarginazione e di scivolare nella rete della criminalità organizzata è drammaticamente elevato, lo è ancora di più. Eppure c’è chi riesce a portare avanti un’impresa di questa portata, ottenendo risultati tangibili là dove pubblico e privato hanno molte volte tentato ma quasi sempre fallito, addirittura in modo innovativo, inventandosi cioè strumenti e percorsi al di fuori degli schemi abituali. Al punto da meritarsi un premio da parte di chi è costantemente alla ricerca dell’innovazione nel sociale per farla conoscere al vasto pubblico e, se possibile, per farne un modello. È il caso dell’Associazione di promozione sociale “Chi rom…e chi no” (chiromechino.blogspot.com) di Scampia (Napoli), premiata di recente da Unicredit Foundation al concorso “Innovazione sociale per Napoli”, organizzato insieme alla rete europea dei leader della società civile Euclid Network e alla cooperativa partenopea Project Ahead. Che sfidava i partecipanti a proporre progetti capaci di incidere su alcune delle più urgenti problematiche del capoluogo campano. Il progetto “I rom Kumpania multiculturale e Cucina italiana” ha individuato nel lavoro, e nello specifico nella formula dell’impresa sociale, lo strumento per promuovere l’inclusione delle persone rom che vivono a Scampia, dove si stima un tasso di disoccupazione oltre il 70%.
Sviluppato insieme alla Caritas diocesana di Napoli, il progetto prevede percorsi gastronomici interculturali per incentivare iniziative di auto-imprenditorialità nel campo della ristorazione.
Protagonista è un gruppo di donne, rom e italiane, che per superare le difficoltà di integrazione lavorativa e quindi sociale sono incoraggiate alla partecipazione alla vita collettiva e a intraprendere percorsi di autonomia individuale. Il progetto pone attenzione ai temi dell’agricoltura biologica e del commercio equosolidale, prevede percorsi di alfabetizzazione, l’utilizzo di laboratori pedagogici, la sperimentazione di servizi di catering per manifestazioni pubbliche. E anche la raccolta di storie ed esperienze per la scrittura collettiva di un libro di ricette.
L’idea di fondo è quella di superare i luoghi comuni discriminatori nei confronti delle popolazioni rom puntando su processi di emancipazione che partono dalla condivisione delle tradizioni forse più radicate in ogni gruppo etnico, cioè quelle legate alla cucina.
Un’idea semplice, si può dire antica, ma forse proprio per questo innovativa. In grado di camminare, come molte altre, grazie all’impegno quotidiano di quelli che si potrebbero chiamare eroi moderni, silenziosi, umili, ma caparbi e infaticabili. Che per fortuna il nostro Paese continua a produrre in abbondanza al di là di ogni avversità. (Andrea Di Turi – Avvenire)