26 gennaio 2012 Roma - “La vostra storia è complessa e, in alcuni periodi, dolorosa. Purtroppo lungo i secoli avete conosciuto il sapore amaro della non accoglienza e, talvolta, della persecuzione, come è avvenuto nella Seconda guerra mondiale; migliaia di donne, uomini e bambini sono stati barbaramente uccisi nei campi di sterminio. È stato – come voi dite – il Porrajmos, il ‘grande divoramento’, un dramma ancora poco conosciuto e di cui si misurano a fatica le proporzioni, ma che le vostre famiglie portano impresso nel cuore”. Queste le parole che Benedetto XVI ha pronunciato nella prima udienza in Vaticano riservata alle diverse etnie di rom e zingari, l’11 giugno 2011. Parole che denunciano l’esistenza di una ferita storica e umana ancora aperta. Tutti conoscono la parola Shoah, nessuno Porrajmos, il divoramento. Lo sterminio degli zingari non ha ancora avuto il giusto riconoscimento nell’Europa che lo ha prodotto.
Nel “Rapporto conclusivo dell’indagine sulla condizione di rom, sinti e camminanti in Italia”, elaborato nel febbraio 2011 dalla commissione straordinaria del Senato per la tutela e la promozione dei diritti umani, si dice: “Abbiamo il dovere di compiere un atto di riparazione inserendo il genocidio dei rom tra quelli che vengono ricordati ogni anno il 27 gennaio nel Giorno della memoria”. Il Porrajmos fu uno sterminio “che al pari – ricorda il Rapporto – di quello degli ebrei fu condotto con scientificità e meticolosità in tutti i Paesi occupati dai nazisti. Alla base vi era la considerazione che i rom fossero una razza inferiore. Le deportazioni in massa nei campi di concentramento e sterminio iniziarono nel maggio 1940, con un primo rastrellamento di oltre 2.800 rom, e proseguirono fino al 1944”. Mancano i dati precisi sullo sterminio, ma gli studi più recenti avanzano una cifra che oscilla tra le 500 mila e il milione e mezzo di vittime. All’udienza con Benedetto XVI ha portato la sua testimonianza Ceija Stojka, donna rom austriaca sopravvissuta allo sterminio. A soli 9 anni con la mamma fu deportata ad Auschwitz e a Berge-Belsen nel gennaio 1945. Un miracolo la sua sopravvivenza sino all’arrivo nel campo delle truppe alleate che liberarono i prigionieri. Il suo desiderio, dice Ceija Stojka, è che “gli zingari siano accolti con maggiore attenzione e con occhi vigili, che siano trattati con maggiore rispetto… Mai più Auschwitz, che non accada più questa cosa orribile, bruttissima, quelle uccisioni… Potrebbe accadere di nuovo! Auschwitz: tutto lì è rimasto com’era; ci sono anche gli uomini, che sono rimasti com’erano. Noi siamo i fiori di questo mondo e siamo calpestati, maltrattati e uccisi”. Ceija Stojka nella sua vita è tornata diverse volte a visitare il campo di detenzione. La notte prima di una visita ebbe un sogno.
“Io che parlavo con i morti. Erano tutti contenti: ‘Quanto ti abbiamo aspettato! È una fortuna che tu sia venuta! Sei stata in mezzo a noi!’. E io ho detto loro: ‘Siete tutti di Bergen-Belsen?’. ‘Sì, ma dobbiamo restare qui per sempre!’. Ogni mia visita a Bergen-Belsen somiglia a una festa! I morti svolazzano. Escono, si muovono, io ne avverto la presenza, cantano e il cielo è pieno di uccelli. È soltanto il loro corpo che giace lì. Hanno lasciato il proprio corpo perché la vita è stata tolta loro con la violenza. E noi siamo i loro difensori, li difendiamo attraverso la nostra esistenza”.
Sono ancora troppo scarsi i dati raccolti sulla persecuzione dei rom a opera del regime fascista. Il Rapporto dice che in Italia “rom e sinti furono imprigionati nei campi di concentramento di Agnone (convento di San Berardino), Berra, Bojano (capannoni di un tabacchificio dismesso), Bolzano, Ferramonti, Tossicia, Vinchiaturo, Perdasdefogu e nelle Tremiti. Si trattava di rom italiani così come appartenenti ad altre nazionalità, in particolare slavi, fuggiti in Italia a seguito delle persecuzioni in patria”. Due anni fa il sindaco di Agnone è riuscito a rintracciare due rom deportati da San Berardino. In data 27 gennaio 2005 ha chiesto pubblicamente scusa: “La cittadinanza esprime la propria solidarietà a Tomo Bogdan e Milka Goman, ai loro familiari e al popolo rom per le sofferenze subite in conseguenza delle leggi razziali del 1938”. Per rimarginare questa ferita storica e umana si potrebbero compiere dei passi legislativi e culturali. Un primo passo potrebbe essere quello di riconoscere nella legge 211/2000, che istituisce il Giorno della memoria in ricordo dello sterminio del popolo ebraico, anche quello del Porrajamos degli zingari: oggi la legge non ne fa alcun cenno. Un altro passo è “riaprire il capitolo della legge 482 del 1999 che riconosce le minoranze linguistiche italiane per includervi la minoranza rom e la sua lingua, il romanès”. (Silvio Mengotto – SIR)