28 febbraio 2012 Torino - C’è una casa alle porte di Torino dove rom e italiani vivono insieme all’insegna della solidarietà, percorrendo a piccoli passi la strada che porta all’autonomia abitativa e lavorativa. Gli adulti lavorano, i bambini vanno a scuola e i rapporti di vicinato, nonostante le iniziali reticenze, si sono trasformati in un’opportunità. L’esperienza, unica in Italia, di coabitazione e autorecupero del “Dado” di Settimo Torinese è stata al centro del convegno sulle politiche nazionali d’integrazione dei rom “L’inclusione è l’emergenza”, che si è tenuto a Torino su iniziativa dell’associazione “Terra del fuoco” e del “Gruppo Abele”.
“Trovare delle sistemazioni alternative che superino la logica dei campi abusivi e gli alloggi popolari è possibile – afferma il presidente di ‘Terra del fuoco’, Oliviero Alotto –. L’esperienza del ‘Dado’ lo dimostra: un progetto di coabitazione, gestito da operatori e mediatori culturali, in cui le famiglie rom non sono state abbandonate a loro stesse, ma accompagnate a piccoli passi verso l’autonomia abitativa e l’integrazione, mediando i conflitti con il territorio e abbattendo i costi di costruzione e di gestione dei campi attrezzati”.
Nato nel 2007 per fronteggiare l’emergenza provocata da un incendio in un campo della città, il “Dado” ha preso forma all’interno di un edificio abbandonato che il Comune di Settimo ha messo a disposizione dei rom e dei volontari di “Terra del fuoco”, che lo hanno interamente riattato con le proprie mani. Oggi ci abitano 6 famiglie rom (15 bambini e 12 adulti), insieme a due giovani italiani e a un gruppo di rifugiati politici, che si sono aggiunti nel frattempo.
“Attraverso la ricostruzione della casa si è ritrovata la fiducia dei residenti del quartiere, che hanno cambiato il loro atteggiamento di iniziale perplessità quando hanno visto i rom lavorare sui ponteggi – racconta Rosanna Falsetta, responsabile della struttura –. In questo senso il ‘Dado’ rappresenta patto di cittadinanza; un luogo che non corre il rischio della ghettizzazione perché è aperto a tutti, ai molti volontari che collaborano, alla parrocchia e all’oratorio”. Un modello giudicato “molto positivo” anche dall’arcivescovo di Torino che nel documento sulla questione rom, pubblicato a fine dicembre, indicava nel “Dado” una delle strade percorribili per “riportare in primo piano il problema dei rom”, trovando delle risposte “insieme agli stessi rom, perché si sentano ‘costruttori insieme’ di futuro e non ‘ricevitori’ di soluzioni già confezionate”.
A due mesi e mezzo dal rogo del campo abusivo torinese della Continassa “nulla è cambiato dal punto di vista della situazione dei 1.200 rom che vivono negli insediamenti di Torino – denuncia Alotto –, occorre che la politica dia risposte chiare, trovando applicazioni efficaci e positive, come dimostra la nostra esperienza”.
Secondo Pietro Cingolani, antropologo del Forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione (Fieri), “negli ultimi anni c’è stato un modello ricorrente con cui si è cercato di affrontare il problema rom in Italia: si sono evidenziate più le differenze che le somiglianze; si sono utilizzati pochi strumenti di azione pubblica; c’è stata una segregazione degli spazi. In alcuni casi, poi, come a Torino, la politica degli sgomberi è stata sostituita dalla politica dell’‘invisibilizzazione’ del problema”.
Come ha ricordato don Massimo Mapelli, della Casa della Carità di Milano, ripercorrendo le vicende degli sgomberi nel capoluogo lombardo, “è necessario un disarmo culturale, un cambiamento di linguaggio che aiuti ad abbattere i muri della paura e dell’esclusione che si sono creati in questi anni, possibile soltanto attraverso un lavoro sociale e culturale che parta dalle scuole e che veda partecipi tutte le istituzioni, insieme alle associazioni di volontariato”. (Gabriele Guccione – SIR)